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Anniversari bettiani del 2012

Ugo Betti nel suo studio di via Orazio a Roma
Ugo Betti nel suo studio di via Orazio a Roma

“Quasi un dimenticato”: così lo scrittore friulano Carlo Sgorlon (1930 – 2009) definiva Ugo Betti nel 1984, quando il trentennale della morte del drammaturgo camerinese era ormai trascorso in un surreale silenzio serbato sia dalla comunità nazionale delle lettere che dalla sua città natale – esclusi un piccolo convegno organizzato dai giovani di un circolo culturale nell’aula degli Stemmi del palazzo ducale e una tavola rotonda promossa dal comune, dove ad effetto Leonardo Sciascia volle definirlo scrittore di trame poliziesche… –. Oggi che di anni ne sono trascorsi più o meno altrettanti quel titolo dovrebbe fare a meno dell’avverbio “quasi”. Ugo Betti è un dimenticato. Stop. Non staremo qui a indagarne le amare ragioni, doppiamente dolorose con riguardo alla società delle lettere e al decadimento culturale del suo luogo natio. (Ma riteniamo doveroso citare l’impegno di un pool di giovani studiosi maceratesi afferenti alla facoltà di lettere di quell’ateneo, guidati dal prof. Alfredo Luzi).
Vorremmo oggi ricordare, consapevoli che nessun Prometeo sarà in grado di portare scintille a questa causa, alcune ricorrenze bettiane del 2012. Tre d’esse riguardano la poesia: novant’anni dalla prima raccolta, Il re pensieroso (1922), ottanta da Canzonette – La morte (1932), settantacinque da Uomo e donna (1937). Va qui detto che Betti è poeta anche se scrive in prosa, anche nelle scansioni del linguaggio teatrale: è insieme il suo limite e il suo pregio. bettiano Ma della poesia bettiana e di queste tre opere ci ripromettiamo di tornare in altra occasione. Noi intendiamo invece parlare ora di prime rappresentazioni, dagli ottantacinque anni de La donna sullo scudo (1927), ai settantacinque di Una bella domenica di settembre e I nostri sogni (1937), ai settanta de Il paese delle vacanze e Notte in casa del ricco (1942). Opere minori, le definisce la critica, commedie esitanti – com’è tipico di Betti – sul confine del dramma, venate come sono – pensiamo ad esempio a Una bella domenica di settembre – da una percettibile malinconia che fa da sfondo a tutta l’azione scenica.
La donna sullo scudo (1927), scritta in collaborazione con il giornalista e scrittore Osvaldo Gibertini (1892 – 1938) è l’opera meno nota di Betti, probabilmente poco apprezzata dallo stesso autore, fatta oggetto di un tagliente giudizio da parte del letterato e critico Marco Praga (1862-1929), figlio del più noto poeta Emilio, che assistette all’ultima replica milanese. Rappresentato la prima volta l’1 febbraio 1927 a Roma dalla compagnia della celebre attrice russa dell’epoca Tatiana Pavlova (1893 – 1975), il dramma ebbe breve vita, giacché dopo la replica al “Manzoni” di Milano del 2 marzo successivo non venne più riproposto al pubblico. Vi si narra dell’intricata storia di un rivoltoso di nome Rosso, di una meretrice di nome Palma e di un re sconosciuto, i quali, insieme, dopo varie e strampalate vicende, bruceranno tra le fiamme della reggia. A conferma che La donna sullo scudo viene citata nell’opera bettiana solo per completezza, è anche il fatto che si tratta dell’unico dramma escluso dai tre volumi contenenti il teatro di Ugo Betti, curati in parte da Silvio D’Amico e tutti da Achille Fiocco, pubblicati dall’editore bolognese Cappelli (i primi due nel 1955 e il terzo, Teatro completo, nel 1971).
Una bella domenica di settembre (1937), al contrario, risulta una delle pièces teatrali “minori” di Betti più rappresentate, tanto da conoscere anche due edizioni Rai, una televisiva e l’altra radiofonica. Fu rappresentata la prima volta al teatro “Margherita” di Genova il 7 dicembre 1937 dalla compagnia di Evi Maltagliati e Sergio Tofano, nel cui cast era presente anche un altro attore destinato a diventare celebre, Ernesto Calindri (1909 – 1999). La scena è ambientata in una bella domenica di settembre, di pomeriggio, in un giardinetto davanti all’ufficio di prefettura, dove in lontananza si odono festive musiche di una giostra. Una signora, Adriana (quarantenne, bellissima), si siede, sola, su una panchina, ad ascoltare i motivi delle canzonette, mentre i suoi figli, Roberto e Lia, se ne vanno ai loro svaghi, e attende che il marito (Federico Norburi, consigliere distrettuale) finisca di presiedere a una importante, imprevista riunione. D’un tratto le si avvicina un giovanotto dal volto stralunato, con gli occhiali e i capelli irti, che, a causa di una sua presunta e assai oscura malefatta, sta per essere licenziato dall’incarico di vicearchivista avventizio in prova presso la prefettura. Carlo Lusta (è il nome del giovane) invita, inspiegabilmente, la signora ad andare in sua compagnia alla “Riva delle ninfe”, un localetto di cattiva fama sulla sponda del lago, ritrovo e rifugio delle coppiette (lecite e illecite) in cerca di quiete e d’amore. Adriana, sulle prime, rifiuta, ma, alla fine, il pensiero della giovinezza che va fuggendo e quello della noiosa, monotona vita familiare e quell’altro, più grave, della fiacchezza dell’amore coniugale da parte del marito, la invogliano ad accettare l’ardita quanto compromettente proposta. I due, ridendo, insieme s’avviano. Alla “Riva delle ninfe” Carlo e Adriana si divertono un mondo chiacchierando del più e del meno, guardandosi attorno e pettegolando. Stanno per gustare un costosissimo vino, quando nasce, tra le risa e le grida, uno scandaletto: la “pietra” è, quale combinazione, propria Lia, la figlia della signora in incognito, qui capitata a far l’amore sotto la discreta ombra dei pergolati, con il suo aspirante fidanzato. A questo punto, si potrebbe pensare che lo scandalo assuma proporzioni preoccupanti, per l’inscusabile presenza della madre nello stesso equivoco locale. Non è così: tutti sono infatti convinti che Adriana sia giunta in compagnia del marito, accorso nel frattempo insieme al collega Linze, in cerca della figlia. La signora Adriana, a difesa della scappatella di Lia, si prova generosamente a dichiarare infinite volte che anche lei, sua madre, s’era recata alla “Riva delle ninfe” e ogni volta il marito e il figlio le rinchiudono la bocca con parole di tenerezza e d’ammirazione per la sua sollecitudine salvatrice. Che cosa resta dunque della bella, insospettata e insospettabile quarantenne? Accettare i fatti compiuti: combinare le nozze fra Lia e il corteggiatore di Lia; e, per suo conto, rientrare nell’ordine domestico a cui la condanna la sua virtù, licenziando con un bacio materno il corteggiatore suo, e preparandosi ad assumere per domani il suo ruolo definitivo, di nonna.
I nostri sogni (1937) conobbe la sua prima rappresentazione al teatro “Regio” di Parma il 7 novembre 1937 su allestimento della compagnia di Rina Morelli e Memo Benassi: al favore con cui fu accolto dal pubblico seguì addirittura il trionfo del 20 marzo 1941 all’”Olimpia” di Milano, quando venne messo in scena dalla compagnia Tofano-Rissone-De Sica, con entusiastica recensione de “Il corriere della sera” col suo celebre critico Renato Simoni (1875 – 1952). Leo, giovane, spiantato, incerto tra l’appetito e la prigione, amico di uno scarcerato, ricerca invano un posto. Siccome nella città dove conduce la sua “miseria emaciata e sorridente” si è aperta la succursale di una grande e famosa ditta, si presenta al direttore Posci, insistendo per essere assunto insieme col suo amico o perlomeno per avere un prestito di cento lire. Il signor Posci naturalmente lo mette ripetutamente alla porta, ma Leo non si dà mai per vinto. Sfacciatamente ritorna, più petulante di prima. Ora avviene che il signor Posci riceve in dono da un giornalista, che egli aveva condotto a visitare i nuovi locali della ditta, due posti per il teatro “Apollon”. Non sapendo che farsene, li offre a un vecchio impiegato, Ladislao Moscopasca, ma non avendo questi l’abito da sera, il direttore gli manda per accompagnare la figliola Matilde, Leo, che si presenta come figlio del proprietario della ditta... Matilde ha sempre avuto il desiderio di cenare all’osteria del Gelsomino, su in alto, sopra la città, dove s’affolla il pubblico elegante. Perché non si va al Gelsomino? E Leo è ben felice di condurcela. Ora vuole donare a tutti un po’ di felicità. Così bello e così facile. E al signor Moscopasca promette un posto direttivo nella ditta e alla signora un nuovo appartamento nel quartiere delle ville e a Matilde una serata meravigliosa. L’arrivo del signor Posci minaccia di guastare tutto. Ma siccome è lui la causa dell’abuso del nome del proprietario, è disposto a qualunque sacrificio pur di far scomparire Leo al più presto. Ma Leo non gli chiede che una cosa: un oggetto della sua ditta, un diadema di latta, ma che brilli come fosse autentico. Poi, presa Matilde per mano, se ne va con lei, come nelle fiabe, verso il giardino incantato. Quando il signor Posci ritorna – e con lui e anche il proprietario della ditta che, informato della storia, bizzarra com’è, ci si diverte –, non trova più nessuno. E allora entrambi proseguono per l’osteria del Gelsomino a portare a Leo il diadema di latta. Lassù all’osteria del Gelsomino, Leo è sulle spine. Senza denari, vede il conto ingrossare. Tassì alla porta, fiori, caviale, aragosta: i prìncipi delle fiabe, per mettere alla prova le fanciulle innamorate, dicono la stessa bugia. E allora Leo s’irrita contro la testolina di Matilde tutta piena di falsi ori, e la vuole richiamare alla realtà e farle capire quanta bellezza la realtà racchiuda. Anche il signor e la signora Moscopasca, sopraggiunti, hanno rinunciato ai mirabolanti miraggi creati loro dinanzi dalla prodigalità inventiva di Leo. E il vecchio proprietario della ditta, indulgente al tiro del giovanotto, gli domanda se gli è riuscito davvero di donare la felicità al prossimo. No, non gli è riuscito, ma gli è riuscito di far comprendere che la felicità sta nel saper apprezzare i doni che la vita offre a ciascuno, perché ciascuno se li conquisti. Nella conquista è la felicità.
Il paese delle vacanze (1942) fu messo in scena la prima volta il 20 febbraio 1942 al teatro “Odeon” di Milano dalla compagnia Tofano-Rissone-De Sica e riscosse grande successo; una seconda edizione – quando Betti era già morto da due anni – fu allestita al “Nuovo” di Trieste nel 1955 con pari fortuna. Nello stesso anno, tradotto in inglese, fu rappresentato a Glasgow e Londra: “Un cordiale, lieto successo”, titolò la stampa d’Oltremanica. L’azione si svolge nello spazio d’un pomeriggio in una piccola località climatica montana: protagonisti sono Francesca e Alberto. L’una è – così l’intende il Poeta – “una calma e bella, figliola come ce n’è tante: che portano scritto in fronte la vocazione di prender marito e mettere al mondo dei bambini”. L’altro è “un simpatico giovanotto, come ce n’è tanti, la cui singolarità consiste nel non aver nulla di singolare, nell’essere un buon ragazzo qualunque, senza pose (ma tutt’altro che sciocco). Insomma, una ragazza e un giovanotto che sono come la maggior parte dei giovanotti e delle ragazze”. Francesca vorrebbe far capire ad Alberto che gli vuole un gran bene, lo circonda di gentilezze, moine, attenzioni, gli parla trepida e timida del suo sentimento, senza osare di essere esplicita, ma si trova dinanzi un uomo assente, distratto, assorto in altri sogni e in altre mete, avido d’un buon posto, d’una bella carriera, di molti quattrini e di amori facili, golosi e cupidi. Alberto non sente quello che lei dice: non raccoglie delle sue parole che la musica, ma il significato gli sfugge. Pare un allocco ed è invece un egoista: egli pensa soltanto a sé stesso. Ed è questa la verità interessante della commedia. Egli è opaco nel suo egoismo: è convinto che le donne lo adorino e che con esse egli può fare quello che gli pare. Ma Francesca per lui non è neanche una donna: è come un amico. Il suo carattere è disegnato con evidenza. Deve al suo carattere il grosso guaio dove s’è cacciato. Il giovanotto, dongiovanni tanto impenitente quanto inesperto, ha allacciato, infatti, una piccante relazione intima con una troppo solitaria, belloccia vedovella, il cui fratello, venuto a conoscenza dell’amorazzo, vuole e pretende, subito, una spiegazione e una riparazione. Perciò, armato d’ira, arriva al paese delle vacanze di Alberto e lo cerca (questi, intanto, è in gita, in compagnia di Francesca). Lo insegue. E sta per agguantarlo quando la ragazza, gelosa e risentita, spinge l’amato in un baratro. Una tragedia? No, certo: il burrone non è che un grosso buco irto di pruni. Il gesto, tuttavia, non è stato inutile: con esso, la ragazza ha dimostrato, in maniera irrefutabile, il proprio affetto per il cocciuto Alberto. Il quale, infine, comprende e tenta di riappacificarsi con la sua innamorata. Ma ella se n’è fuggita. I due si ritroveranno più tardi, in una stanza rustica, nella casa di un contadino. Come c’è da aspettarselo, l’idillio si conclude con un lieto fine, tra lacrime e sorrisi. Nonché con un lungo bacio nascosto agli occhi dello spettatore dallo scender veloce del sipario.
Notte in casa del ricco (1942), rappresentata all’”Eliseo” di Roma il 15 novembre 1942 dalla compagnia di Renzo Ricci, del cui cast faceva parte l’attrice recentemente scomparsa Eva Magni (1906 – 2005), fu definita dalla critica “una tragedia moderna” che procede sullo schema classico delle colpe del padre che ricadono sul figlio, sicuramente uno dei drammi migliori di Betti. In una stazioncina di montagna, isolata fra i monti delle Marche, dove la linea fa bivio – e non v’è marchigiano che non vi riconosca la stazione di Albacina, che Betti sicuramente frequentava nei suoi viaggi da Roma a Camerino e ritorno – due uomini per caso si incontrano. Un’ignota, fatale esigenza li induce a confessarsi l’uno all’altro. I due sono: Mauro, un “vecchio giustiziere”, venuto da lontano a pareggiare la partita con il suo amico Valerio, che lo aveva un tempo tradito, e Tito, servo di quest’ultimo e amante della di lui figlia Adelia, dalla quale è tuttavia disprezzato. Mauro e Tito – siamo al secondo atto – si ritrovano nella casa di Valerio, quando questi sta per ottenere l’ambita carica di assessore e sta per promettere in sposa a un giovane della città la figlia, suo unico bene. Mauro prepara la vendetta e propone un baratto terribile: le carte del processo, provanti la colpevolezza di Valerio, in cambio della mano di Adelia. Ciò che deve inevitabilmente accadere, avviene: Valerio prega Tito, il famiglio, di far sparire quelle compromettenti cartacce e Tito, approfittando del favore richiestogli e credendo di potersene poi valere per ottenere la mano di Adelia, brucia i documenti e lo stesso Mauro in un solo orrido rogo. Ma quando il giovane avanza il vile ricatto a Valerio, e questi è impotente a ribellarsi, Adelia, avvelenandosi, si libera per sempre dall’infame nodo di lussuria, dal vizio che la teneva legata al servo: “Avevo errato, signor padre. Dovevo scontare... e dare un termine a questi mali. Ora non sarò più causa... di dolore... a nessuno”, sono le sue ultime parole, prima che la morte le punga l’addoloratissimo cuore.
Un solo interrogativo per chiudere: passerà anche il 2012 senza che nessuno si accorga che Betti è ancora patrimonio inestinguibile delle nostre lettere e della città che gli ha dato i natali?
Giuseppe De Rosa ©

n.b. Le trame dei drammi sono ricavate da F. COLOGNI, Ugo Betti, Cappelli ed., Bologna 1960.

LA PRIMA PUBBLICAZIONE DI UGO BETTI
Una traduzione da Catullo, stampata cento anni fa

La prima opera a stampa di Ugo Betti vide la pubblicazione nel 1910. Esattamente cento anni fa, quando l’autore aveva da poco compiuto i diciotto anni. Non consiste in un’opera di creatività letteraria del futuro drammaturgo e poeta, che avrà modo di manifestarsi esemplarmente solo a partire dal 1922 con la raccolta di versi Il re pensieroso, bensì della traduzione di un poemetto in esametri di Catullo uscita dai torchi della camerinese tipografia Savini col titolo “Le nozze di Teti e di Peleo”. E’ il Carme 64 dell’opera del grande poeta veronese (sec. I a.C.), un testo irto di difficoltà grammaticali e stilistiche che Betti mostra di padroneggiare e, talvolta, di elegantemente eludere. Le poche notizie sull’opera dell’esordio bettiano ci pervengono dal primo dei due volumi di quell’autentica miniera costituita da L’opera di Ugo Betti di Antonio Di Pietro (edizioni del “Centro librario”, Bari 1966). La traduzione risale al 1909, come si ricava da una lettera di elogio datata 6 maggio, fatta pervenire ad Ugo da parte di un professore del liceo genovese “Andrea Doria” cui evidentemente era stato richiesto un parere. Fu il padre di Ugo, il medico Tullio, a interessarsi della pubblicazione e ciò non desta meraviglia, essendo noto il premuroso affetto che legava il padre al figlio. Il 1910 è l’anno in cui Betti, conclusi gli studi liceali a Parma, si iscrive alla facoltà giuridica di quell’università. E’ molto probabile che quella traduzione fosse un’esercitazione scolastica, per quanto particolarmente complessa, ritenuta poi degna di essere tramandata forse perché non letterale ma particolarmente creativa. Chi ha occasione di leggerla avverte un linguaggio che non ritroverà più nella poetica di Betti, un misto di ispirazione che attinge principalmente ai modelli di traduttori classici quali Pindemonte e Romagnoli, con più rari e apparentemente confliggenti passaggi ispirati alle poetiche di Carducci e Pascoli. Il carme catulliano “Le nozze di Teti e Peleo” costituisce un “epitalamio”, cioè un poemetto composto per un’occasione nuziale, e consta di 408 versi distinti in tre episodi: le nozze di Peleo e Tetide, Arianna abbandonata, la profezia delle Parche. Teti (o Tetide) era una dea del mare che per volontà di Zeus andò sposa al mortale Peleo: le nozze si svolsero sul monte Pelio e ad esse parteciparono gli dei, ognuno dei quali portò agli sposi un dono. L’episodio di Arianna abbandonata si inserisce nel poema con l’artificio retorico della descrizione del riquadro di una coperta destinata al letto degli sposi: Arianna, figlia di Minosse e Pasifae, si era innamorata di Teseo che si era recato a Creta per affrancare Atene dall’obbligo di sacrificare ogni nove anni sette giovani e sette ragazze, affrancazione che si poteva ottenere solo uccidendo il Minotauro. Teseo riuscì nell’impresa e portò via con sé Arianna, per poi abbandonarla in un’isola deserta del Mediterraneo. Quella implorò allora l’aiuto degli dei e ottenne vendetta facendo perdere la memoria a Teseo, che dimenticò così di indicare il suo ritorno in patria al padre, che l’attendeva da anni in riva al mare, col segno concordato delle vele bianche, tanto che quello, preso dallo sconforto e ritenendo il figlio morto, si uccise gettandosi dalla scogliera. Il poemetto si avvia a conclusione con le profezie delle tre Parche, che tessono le fila delle vicende umane e predicono a Teti e Peleo la nascita del figlio Achille, le sue imprese, la sua morte. L’ultima parte ricorda con rimpianto il tempo in cui gli dei frequentavano gli uomini, cosa che non avviene più “perché allora la religione non era ancora tenuta in disprezzo…”. Proprio qui la traduzione bettiana conosce una censura per via di due passaggi piuttosto scabrosi, quelli in cui Catullo, elencando i delitti degli uomini che fecero cessare la confidenza con gli dei, indica quello del padre che desidera la morte del figlio per cogliere il fiore di una vergine che sarebbe matrigna e della madre che giace col figlio ignaro, priva del timore di profanare i divini antenati: il giovane Betti omette di tradurre i tre versi, commettendo una scorrettezza letteraria che tuttavia, fissa nel tempo e nel luogo – ma non sono sicuro che oggi in un liceo potrebbe accadere diversamente – trova una sua giustificazione. Da quel 1910 tutto cambierà nella poetica bettiana, ma di quella traduzione, per tanti aspetti così classicheggiante, percepiremo ancora l’eco in tanti drammi dei decenni successivi. Quante volte ci siamo imbattuti nei drammi di Betti con l’angoscia di una donna abbandonata che implora vendetta come Arianna nell’isola deserta o in personaggi che al termine di un percorso apparentemente inarrestabile conoscono finalmente il dolore come Teseo che apprende al suo ritorno della morte del padre – del quale è ignaro responsabile –. Temi universali che costantemente si ripropongono all’attenzione dell’uomo e della letteratura, che è vita.

Giuseppe De Rosa

NOVELLE INEDITE ED ALTRI SCRITTI

Novelle inedite ed altri scritti è il titolo di questa monumentale opera che raccoglie la produzione inedita bettiana. Un titolo forse modesto, a ben guardare, in linea con l’indole stessa della curatrice, Carla Carotenuto, che in realtà ha portato a termine, proprio a dispetto di quella modestia di cui si diceva poc’anzi, un lavoro impareggiabile. Si è trattato di un cammino che ha richiesto diversi anni di lavoro, di impegno e direi amorevole dedizione verso l’opera e la figura di questo autore camerinese troppo spesso dimenticato non solo dai suoi conterranei, ma anche dalla critica ufficiale.

Novelle

Questo copioso e prezioso materiale ritrova ora la propria vita tra le pagine di questo volume, ma direi che dà anche nuova vita, nuova linfa alla figura stessa di Ugo Betti, che nell’immaginario collettivo è identificato soprattutto con il drammaturgo dalla forte tensione etica, o tutt’al più con il novelliere, l’autore di una prosa dai toni a volte dimessi, quasi crepuscolari, in cui si tratteggiano atmosfere sciatte, ambienti umani degradati ed umili, in linea con la sua dolente interiorità. O, ancora, il poeta che riecheggia atmosfere leopardiane o primo-novecentesche. Betti è tutto questo, ma non solo. Betti è molto di più. Direi che questo volume di Carla Carotenuto mette a nudo l’altro Ugo Betti, quello che appunto non si conosceva, spostando così nettamente il baricentro critico su questa figura.

Il testo raccoglie, come detto, un materiale vastissimo: ventitre novelle manoscritte, totalmente inedite, per le quali la curatrice ha riportato le varianti autoriali apposte a penna da Betti nelle riletture successive dei testi sui manoscritti stessi; cinque novelle dattiloscritte, anche queste probabilmente del tutto inedite, dato che, dai riscontri effettuati sui quotidiani dell’epoca, ai quali Betti era solito collaborare, non sono risultate; trentacinque novelle apparse solo su periodici, talvolta pubblicate anche su due o più testate e magari con delle varianti. Il secondo tomo racchiude il materiale che consente di fare luce sul background culturale di Betti, a partire addirittura dagli anni della scuola, in quanto in una sezione, intitolata Componimenti scolastici, sono raccolti i temi che Betti aveva svolto negli anni scolastici trascorsi a Camerino. Oltre a mettere in evidenza la precoce vena inventiva e la capacità espressiva di Betti, sono interessanti perché vi emergono atmosfere, personaggi e scorci della città natale dello scrittore. Ma potrei continuare oltre, citando una sezione in cui sono raccolti i proverbi della tradizione popolare italiana, che Betti annotava forse con l’intento di stendere un’opera di costume folkloristico, gli appunti presi per la stesura della tesi, una sorta di piccolo Zibaldone che racchiude interessanti riflessioni sulla letteratura, sulla filosofia, sulla critica letteraria, sulla società, sulla religione, sul potere e sulla politica, sulla storia, sulla vita e sulla morte. Vi è poi la corrispondenza con gli amici letterati del tempo e con i familiari.

Impossibile sarebbe, nel breve giro di queste righe, dare una panoramica esaustiva circa gli elementi di novità che emergono dai testi. Uno fra tanti è la presenza di una componente sensuale ben più forte ed evidente che nei testi pubblicati. Altro elemento distintivo è l’ironia, alla quale il Betti “conosciuto” non ci aveva così spesso abituati. L’ironia è talvolta ossatura costitutiva dei testi, in particolare nelle novelle alle quali Betti appone il titolo di Le avventure del disoccupato, che ruotano attorno ad una serie di episodi che riguardano il protagonista, intento a sbarcare il lunario attraverso tutta una serie di furbeschi espedienti che potremmo definire “all’italiana”. I testi sono pieni di equivoci, malintesi, astuzie ed escamotage che conferiscono alla vicenda una piacevole leggerezza e, direi, attualità.

Un altro rilievo molto interessante da fare riguarda un certo Ugo Andreani, le cui novelle sono anch’esse inserite in questo volume. Nome ambiguo, a ben guardare, anche perché si tratta, come subito balza all’occhio, dell’anagramma di Ugo e Andreina. Dalla ricerca effettuata da Carla Carotenuto è emerso che Andreina Frosini aveva scritto, sotto questo pseudonimo e sotto la guida, o meglio con la collaborazione del marito, diverse novelle pubblicate poi sui quotidiani dell’epoca. Una costruzione a quattro mani che presenta una fisionomia, almeno dal punto di vista tematico, leggermente diversa rispetto agli altri testi. Novelle scritte con uno scopo ben preciso, come recita una lettera di Betti a Zavattini, in cui l’autore di Camerino chiede all’amico letterato il favore di piazzargli tali testi su uno o due periodici ben paganti, in quanto dovrebbe risolvere dei problemi di bilancio familiare.

Da ultimo, poi, vorrei citare la sezione Annotazioni varie, stese negli anni 1912-1914, di cui si diceva precedentemente. Credo che fra tutte le cose contenute in questo volume sia, per certi versi, la sezione più “esplosiva”. Vi si profila l’immagine di un Betti che ragiona a tutto campo sul socialismo, sull’istituzione della famiglia, sull’imperialismo, sulla chiesa, sulla moralità, sulla donna e sulla sessualità, sulla letteratura e sulla critica in un modo che non ci si sarebbe mai aspettati. Il taglio delle sue affermazioni è spesso sferzante, sarcastico, mordace, fortemente critico e polemico. Diverse delle sue riflessioni appaiono poi quanto mai attuali. Alcune, anzi molte, sorprendono invece per la durezza e per il tono propagandistico. Qualche esempio: “L’imperialismo determina il progresso. Gli eventi storici sono infatti l’effetto dell’imperialismo”; la famiglia viene definita come “organismo inutile” che porta “danni gravissimi”. O ancora: “La chiesa cattolica, sorta sulla base mistica del Vangelo, è stata la perpetua alleata dei padroni, dei tiranni e di tutte le forze statiche, immobilmente opprimenti”; “La violenza è l’origine del diritto. Escluso il diritto per eccellenza noi abbiamo vari diritti che rappresentano la civiltà di varie epoche storiche e la volontà di varie caste dominanti. Quando una di queste caste è abbattuta, e sostituita da un’altra, l’affermazione del nuovo diritto sarà naturalmente una violenza”.

Giusto un assaggio di quanto è racchiuso in questa importante opera, la quale sostanzia la figura di uno scrittore che deve necessariamente essere riletto, ri-approfondito, ri-studiato.

Massimo Fabrizi

( “con-testi bettiani”, 12 giugno 2009)

 

ANNIVERSARI BETTIANI TRA 2008 E 2009

Il silenzio regna su Betti, non da oggi. Non è affatto sorprendente che sull’opera di uno dei maggiori drammaturghi italiani della prima metà del secolo scorso sia calato il sipario. A un’affermazione così severa dovrebbe seguire una critica altrettanto rigorosa della contemporaneità, dell’idea troppo spesso solo commerciale che si ha della cultura, e in un attimo il cerchio in un attimo si allargherebbe alla politica, alla società, a questo quotidiano inesorabile scivolare di superficie in superficie dove resta ignorato il senso della profondità. Un’iniziativa forte per la riproposizione del pensiero (cioè dell’opera) di Betti non appare all’orizzonte, ma se dovrà partire potrà farlo solo da Camerino. Non pretendo che su un tema così ristretto s’apra un dibattito, che pure sarebbe di giovamento per la cultura e la nostra città. Oggi  vorrei ben più modestamente limitarmi a  segnalare che tra il 2008 e il 2009 ricorrono diversi anniversari legati alle opere di Betti, talmente così numerosi da non poterli enumerare con completezza. Se ne registrano tra date di stesura dei testi, di pubblicazione e di prima rappresentazione. Qualcuno a caso: nel 2008 abbiamo avuto l’80° di pubblicazione della prima raccolta di novelle, “Caino”, il 75° de “Le case”, il 60° del romanzo “La Piera alta” e del dramma “Una strana serata”; è del 1933 la prima di “Un albergo sul porto” e del 1948 quella di “Favola di Natale”. Nel 2009 ricorderemo l’80° di rappresentazione de “La casa sull’acqua” e il 60° sia di “Corruzione a palazzo di giustizia” che di “Lotta fino all’alba”.

“Le case” è la seconda raccolta di novelle di Ugo Betti, pubblicata a Milano da Mondadori nel 1933. Già il titolo ci introduce in quel particolare clima dell'arte bettiana che, compiacendosi d'un crudo, insistito realismo, tende a scavare nelle povere creature umane, nella loro miseria terrena, nelle loro case, là dove la vicinanza con altre creature provoca ancora altra miseria. Si è lontani dallo sfondo storico o dalla natura, in queste case: qui odio e amore, istinti bassi e improvvise tenerezze (quasi immediata reazione, d'un'umanità, perduta o ritrovata) sono soli con se stessi, e l'autore può, con impietoso sguardo, esaminarli, frugarli. Sono personaggi posti con implacato realismo di fronte alla loro viltà, alle loro piaghe morali, alla loro malvagità; ma basta un attimo, quando pare che il fondo dell'abiezione sia toccato, perché ognuno si ritrovi e riesca quasi a dare un ritmo nuovo alla propria esistenza. Tra le cose migliori di questa raccolta: "Una giornata" (un piccolo impiegato, nell'aspettare il tram, talvolta si mette a sedere e a guardare, con un senso di libertà inutilmente cercata, la gente intorno. Poi rientra nel giro già scontato della sua vita mediocre); "Gente su una panchina" (un vecchio ubriaco tornando a casa è seguito da alcuni ragazzi che gli danno la baia. Arriva il figlio, che senza parlare lo porta con sé. Siedono su una panchina. Ora è il vecchio che vorrebbe chiedere al figliuolo, che ha lavorato tutto il giorno e forse è stanco, se ha qualche dispiacere, e spiega con affanno che non è poi vero che egli sta male; il figlio lo ascolta a testa bassa); "Mezzanino, l'uscio a destra" (una donna riceve di nascosto un uomo che recalcitra alle tenerezze di lei, debolissima, materna: finché egli, un povero essere come lei, ne ha compassione). L'ultima novella, “I poveri", vuole essere una specie di palinodia di questo mondo di creature straziate. L'autore vi rappresenta una marea di infelici che avanza: un brigadiere che assiste a questa sfilata si domanda di chi sia la colpa di tanta miseria, e finisce per accodarsi anch'egli al tristissimo corteo.

Nel romanzo “La Piera alta”, l’unico scritto da Betti (1948), si leggono pagine di un’umanità profonda e delicata, squarci di un pittoresco e malinconico, sullo sfondo delle Alpi. In questo paesaggio sospeso fra le valli e il cielo, l'autore rievoca l'intenso sogno di vita di un'adolescenza, trascorsa ai piedi della misteriosa montagna Piera alta, cui si ricondurrà un giorno l'esistenza.  Il ragazzo di un tempo vedrà allora la morte sul volto dell'amico invincibile, Rigo, saprà l'amore di carne fra le braccia di Gianna, già sì pura immagine d'infanzia.

Ne “La casa sull’acqua” (scritta da Betti nel 1928 e rappresentata a Salsomaggiore l’anni successivo dalla compagnia di Sem Benelli)  soli nella vecchia casa circondata dalle acque della palude, trascinano i loro giorni Francesco, il capofamiglia, Marta, sua moglie, e Luca, suo fratello. Intorno a loro, per lungo tratto, non v’è anima viva, ma soltanto fango, nebbia e acqua; acqua fonda, putrida, viscosa: una trappola: “Eh, già! – afferma Luca – davvero una trappola: uno che non lo sa... nemmeno ha il tempo di gridare!». L’unica via per raggiungere la terra solida e sana, e sicura, e l’abitato, e gli uomini, è quella che passa per il pontile, ormai fradicio, corroso dal limo verdastro e molle che sta sul fondo del pantano. La solitudine della casa “ha favorito una sorta di suggestione, la nascita di una gerarchia, al vertice della quale è Francesco e sotto è Luca; Luca, il debole, il semplice, l’artista mancato, è alla base, sopportato, compatito, illuso come un bambino, cui si regalano i bastoncini, tanto per farlo star cheto. L’arrivo di Elli sconvolge il piccolo mondo, apre un gorgo più  cupo nel risucchio dell’acqua circostante, smuove, ridesta sopite rivalità”. La giovane donna avvenente viene contesa dai due fratelli, e chi vince (come sempre accade) è il forte e brutale Francesco. E’ travolto dalla passione per Elli. Vuole andarsene, via, lontano. Vuole dimenticare, per sempre, l’esistenza di quella morta casa sull’acqua, di quella sua sterile moglie, di quel suo fratello sognatore e forse pazzo. Via, via, verso le luci della città, verso gli uomini. Ma “Marta, tacita come l’acqua, vigila e prepara il castigo”: là, nel fondo, nella palude, nella melma. E sarà Elli a cadervi, l’innocente: il marcio pontile, su cui viene sospinta con l’inganno, non regge sotto il suo peso e crolla, trascinandola negli orridi gorghi. (Questo finale tragico, in una successiva redazione del dramma, verrà profondamente e significativamente modificato: Elli ritorna dal crollo, sana, viva. Ad attenderla, sull’uscio di casa, ci sarà Luca. Francesco, che ora soltanto s’è accorto dell’ingiustizia e del male commesso, lascia che la fanciulla appartenga al fratello; con un gesto di rinuncia umile, e quasi solenne nel contempo, sospinge Luca verso lei: «Va tu, Luca. Va tu»).

In “Favola di Natale” (rappresentata per la prima volta a Milano il 16 novembre 1948 dalla compagnia di Sergio Tofano e Laura Solari) due ragazze che per piccante curiosità si lasciano accompagnare da due sconosciuti in un circolo equivoco della periferia, vengono sospettate del furto di un portafogli che, per loro fortuna, è subito ritrovato. Ma intanto qualcuno ne ha riconosciuto una: è costui un giovanotto che comincia a fare del male a colei che ha ravvisato, denunciandola al suo fidanzato e impedendone le nozze per cavar fuori, alla fine, dal suo odio, una riserva d'amore per lei, sicché il suo futuro marito sarà proprio lui e non l'altro.

Giuseppe De Rosa

( “L’Appennino camerte” 27 dicembre 2008)

 

UGO BETTI 2009

Sul numero del 27 dicembre 2008 abbiamo indicato una serie di anniversari bettiani che ricadono tra il 2008 e il 2009. Nella prima parte abbiamo segnalato gli appuntamenti dell’anno appena trascorso. Nel 2009 se ne registrano cinque: tre hanno per oggetto la stesura dei testi: “L’isola meravigliosa” (80°), “Il cacciatore d’anitre” (75°), “La regina e gli insorti” (60°); due la prima rappresentazione: “Corruzione al palazzo di giustizia” (60°) e “Lotta sino all’alba” (60°). Chiedono troppo i camerinesi se sperano di poter vedere rappresentato a teatro, nella città che a Ugo Betti dette i natali, almeno uno di questi drammi?

 “L’isola meravigliosa”. E’ la fiaba del giovane, pallido, inquieto re Nadir, che viaggia per i mari azzurri alla ricerca instancabile della felicità. La trova, finalmente, nell’isola meravigliosa, nella sua donna Maidune, “quella che ognuno vuole e che nessuno trova”. “Ma nulla acqueta re Nadir. La raggiunta felicità l’ha posto in una sfera perfetta di vita: soltanto nelle imperfezioni si può esser felici. La felicità è nel desiderio di raggiungerla. Ora, persino Maidune lo esaspera. Ella gli ha dato la felicità e gli ha tolto per sempre la pace. La scaccia, disperatamente, le strappa i gioielli di dosso e le vesti”. Gli abitanti dell’isola, allora, gridano vendetta per l’inumano trattamento usato dal giovane re alla bella, fragile Maidune. E tramano una congiura, una rivolta. Abbandonato dai suoi cortigiani, solo nella buia foresta, Nadir sta per essere sopraffatto, ma viene miracolosamente tratto in salvo da quell’esile fanciulla e può così, di nuovo, apprestarsi a far vela verso sconosciuti lidi. Maidune, perdutamente innamorata, non sa rassegnarsi al destino crudele che la vuole separata da Nadir: e muore. Il giovane re, conservando nel profondo del cuore il segreto di Maidune, sale sulla nave che l’attende, pronta a salpare, a vele spiegate, per il vasto ceruleo mare. Attoniti e immobili, come folgorati, tutti – Anfis e Bima, Sparamosca e il Podestà, il gobbo e la servetta, soldati e mendicanti, ministri e popolo – ascoltano quella voce e gli squilli, sempre più fievoli; mentre le vele gonfie per il vento, sull’onde spumose si fanno sempre più piccole e lontane.

“Il cacciatore d’anitre” è ambientato in una città situata tra gli scoscesi fiordi di Norvegia, dove il vecchio e scaltro Michial possiede terra e robe, che fanno di lui un temuto padrone. Ha una nipote, Fausta, bella, buona, innocente. Marco e Aurelio, lontani parenti del vecchio, sono amici, anche se dimostrano caratteri e inclinazioni diverse: l’uno troppo ossequiente a Michial in vista dell’eredità, l’altro sdegnoso e libero, cacciatore d’anitre, amico degli oppressi e ostile ai superbi. Ma Ignazio, subdolo servitore di Michial, induce in tentazione Marco, facendogli desiderare il potere immenso di tutta quella ricchezza: questi cade nella rete tesagli dal diabolico personaggio e, divenuto una sorta di Mefistofele alla rovescia “che cerca il bene e fa il male”, si butta nella mischia contro Aurelio per ottenere la “roba”. Gli eventi precipitano: l’amante di Marco, l’innamoratissima Elena, si uccide precipitandosi da una rupe nell’oceano; Aurelio odia il suo avversario; Michial muore in oscure circostanze; la dolce Fausta è travolta dall’amore che nutre per Marco; tutta la cittadina – pescatori, barcaioli, cacciatori – si leva contro chi, una volta, era considerato il protettore degli umili. Intorno a Marco, ormai ricco e potente, sorge il vuoto, il deserto. L’eroe, ormai fallito, sembra definitivamente perduto. Improvvisamente, tuttavia, in lui si fa luce. Rivuole gli amici, l’amore, gli sguardi benevoli della gente, le voci serene e pacate dei suoi pescatori. Quando Aurelio tenta di ucciderlo, comprende davvero tutto il male compiuto, vuol rimediarvi. Vuole salvarsi. E il suo primo atto è di perdono. Allora Ignazio, il vile servo, vistosi perduto, lo pugnala, lo uccide. Ma a Marco resterà il tempo per scolparsi: ce ne assicura Fausta, nelle cui braccia il cacciatore d’anitre spira.

“Corruzione al Palazzo di giustizia”. Qui l’accusa è apparentemente diretta contro i giudici prevaricatori, ma in realtà è contro tutta l’umana società; solo alla fine il maggior colpevole, proprio nell’atto in cui è stato assolto, viene spiritualmente redento dal sangue d’una giovinetta innocente, che egli ha portato al suicidio, e va volontario a confessare e ad espiare. Dramma che si sviluppa tra il gioco dei sospetti e dei sospettati, mentre tra l’intrigo, l’ambizione e la paura si fa strada la verità, che spinge gli uomini a chiedere la loro condanna perché la giustizia sia ristabilita.

“La regina e gli insorti”. È il dramma di una prostituta, che durante i momenti tragici e turbolenti di una sommossa viene scambiata per la regina, che i rivoluzionari cercano disperatamente per straziarla; ma la regina timida e vile è miseramente sparita, mentre la prostituta, creduta la regina, accetta lo scambio e fiera e orgogliosa tenta di salvare con una fine eroica l’ideale tradito dalla viltà della regina: non mancano riferimenti all’odio di classe e alla crudeltà umana.

Nel dramma “Lotta sino all’alba” si parla di una morte ossessiva dopo un allucinante processo al passato e alle proprie azioni: il personaggio è Giorgio che, tornato in patria dopo la guerra, è suggestionato da Delia, una donna che lo alletta e lo allontana dalla moglie, al punto tale che riesce a uccidere lo stesso marito di Delia; sarà la moglie poi a preparargli con il veleno la pace.

Giuseppe De Rosa

( “L’Appennino camerte” 10 gennaio 2009)


IL TEATRO DI UGO BETTI

Per parlare del teatro di Ugo Betti si possono scegliere due strade: o un didascalico viaggio attraverso le sue opere oppure il racconto di un’avventura, vale a dire lasciarsi andare ai ricordi delle sensazioni e delle emozioni provocate quando si è avuta l’occasione di mettere in scena questo autore. Un autore, Betti, che esplose in un momento molto particolare nella storia del teatro italiano, un’epoca in cui ancora erano fortissimi gli echi della vera rivoluzione del Novecento: dopo Pirandello, dopo i futuristi, dopo il grottesco e la straordinaria esperienza di Rosso di San Secondo. Ebbene Betti, con i suoi scritti, riuscì a imporsi con forza in questo panorama dominato da giganti. Certo, non tutto il suo teatro può essere letto con una stessa chiave di lettura o può essere considerato allo stesso livello, ma le punte di eccellenza sono veramente tali.

Ovviamente, tra queste, va inserito il teatro giudiziario, quel gioiello con tre diamanti come Frana allo scalo nord (1932), Ispezione (1942) e Corruzione al palazzo di giustizia (1944). Proprio di un’esperienza di Corruzione qui di seguito si parlerà. Era il 1999 e la compagnia messinese Nutrimenti Terrestri, diretta dal regista Ninni Bruschetta, decise di allestire questo capolavoro bettiano. Come nello stile del gruppo - abbandonato soltanto nel recente Il mio nome è Caino di Claudio Fava (2002) - lo spettacolo ebbe una lunga fase preparatoria attraverso un laboratorio, un training alimentato per quasi due mesi dalle improvvisazioni degli attori, che tenevano le battute su uno sfondo molto lontano e si “allenavano” sui temi del testo. Una domanda guidava quotidianamente gli esercizi: “Chi è il più forte?”. Gli attori erano bendati e rispondevano alzando la mano, in modo tale che uno non sapesse le reazioni dell’altro. La tensione in quei giorni divenne fortissima, facendo capire che probabilmente è questo il vero interrogativo alla base di Corruzione al palazzo di giustizia. Un percorso doloroso quello dei protagonisti, ma fondamentale, per arrivare a cogliere i semi della verità testuale e trasformarla in azione scenica impietosa. Si discusse, in quei mesi, su ogni battuta, perché ogni termine andava pesato, ciascuna parola era un percorso profondo nell’anima dell’Uomo. Si arrivò a soluzioni condivise, in uno spettacolo dove i silenzi, i buio, le ombre, i contorni non definiti erano il supporto necessario alle parole e il modo migliore per parlare di una verità occultata, da nascondere, da sopprimere con la forza se necessario. Ricordo che questo fu un tema di discussione importante in una lunga conversazione con uomini di teatro avvenuta una sera, durante le tre settimane di permanenza della compagnia al teatro Valle di Roma.

Eduardo De Filippo, in un suo testo bellissimo, ma purtroppo poco frequentato, L’arte della commedia, scrive: “L’autore riconosciuto per tale entra dalla porta del palcoscenico ed esce insieme al pubblico a braccetto, da quella della platea”. Sembra un ritratto di Ugo Betti, nostro contemporaneo.

Pierfrancesco Giannangeli

 

La poesia di Ugo Betti

È nella primavera del 1918 che Ugo Betti scrive i suoi primi versi di quella che diventerà la raccolta poetica Il re pensieroso (Milano, Treves, 1922) — pur essendosi già cimentato con l’arte versificatoria in veste di traduttore (Le nozze di Teti e Peleo, traduzione in versi dall’“Epitalamio” di Catullo, Camerino, Savini, 1910). Prigioniero di guerra prima a Rastatt e poi a Celle, a nord di Hannover, compagno di baracca di Bonaventura Tecchi e di Carlo Emilio Gadda, il giovane ufficiale di artiglieria da campagna dallo «sguardo penetrante e sicuro», «si appartava alcune ore al giorno, misteriosamente» — come ha ricordato in un famoso ritratto Tecchi — per scrivere versi che «corrispondevano per filo e per segno a quell’altro aspetto di lui, a quella vena di gentilezza, d’affettuosa delicatezza e perfino di sogno» che lo caratterizzava. La dicotomia che anima la figura di Betti la si riscontra appieno nelle poesie della prima raccolta che, pur se germogliata sul terreno di un’esperienza molto simile a quella ungarettiana del Porto sepolto, sorprende soprattutto per la forte incidenza di un tono fiabesco ed affabulatorio, di cantilenante immaginazione infantile, ricca di spunti ed echi carducciani, pascoliani e crepuscolari. La predominanza del fantastico e del fiabesco è però, a ben guardare, lo strumento di cui Betti si serve per trascendere la dura realtà della guerra evitando al contempo di cadere in operazioni poetiche opposte, quale quella ad esempio del Futurismo, con la conseguente strumentalizzazione guerrafondaia del fare poetico. La predilezione apertamente manifesta e dichiarata da parte dello stesso autore per la tradizione orale dei canti popolari — cosa che gli permette di liberarsi da tutta una “pressante” tradizione lirica in prima persona —, obbiettivi ed anonimi, offre a Betti lo spunto per la tessitura di una poesia in cui i motivi popolareschi si fondono con immagini di infantile candore, di vaga ed illusoria meraviglia puerile.

Nel 1932 esce il secondo volume di versi, Canzonette – La morte, che gli vale il Premio di Poesia dell’Accademia Mondadori. Come si evince dal titolo, di per sé molto significativo, permane al fondo della poesia bettiana una ossatura dicotomica, contrastiva, e difatti nei componimenti della raccolta, accanto alle Canzonette — dalle quali promana una ingenua ed incantata joie de vivre —, si stagliano momenti di solitudine e silenzio, di schopenhauriano pessimismo, un’atmosfera cupa e greve su cui domina la paura, a tratti quasi ossessionante, della morte. Viene in parte meno, in questa seconda plaquette, il tono fabulistico che aveva caratterizzato il precedente volume; al disincanto gioioso del puer subentra una più decisa attenzione verso le problematiche sociali (in particolare l’emigrazione e la condizione operaia, rispettivamente trattate in poesie quali Canto di emigranti e Canto di operai), e nel contempo si accentua la perizia stilistico-formale in virtù di una versificazione più regolare (ottonari, novenari ed endecasillabi). Soprattutto a quest’ultimo motivo è dovuta l’ariosa freschezza, l’andamento cantabile delle liriche della raccolta, molte delle quali furono musicate da Emilio Grignani.

Un’apertura cosmogonica caratterizza invece le poesie della silloge Uomo e donna, pubblicata nel 1937 (Milano, Mondadori). Protagonisti delle liriche sono creature cosmiche o esseri primigenî sui quali incombe una ineluttabile condanna (si veda Sogno della donna), tutti ugualmente “segnati” dal destino della fine che è insito nell’evoluzione. La versificazione è molto franta, il linguaggio più secco ed icastico, permeato da immagini e visioni surreali ed allucinate. Dominano colori e toni cupi e grevi, segno che l’illusione favolistica dei primordi è quasi completamente scemata e che le fantasiose fole puerili non hanno più l’intima forza necessaria a risollevare l’uomo dalla sua opprimente condizione (motivo che si evince anche nel recupero di accenti marcatamente leopardiani — ci si riferisce in particolare alla poesia La festa aspettata), da cui il ricorso, in alcuni testi, ad un orizzonte metafisico.

Le tre sillogi confluiranno nel volume postumo Poesie (Bologna, Cappelli, 1957) in cui l’ultima sezione, intitolata Ultime liriche (1938-1953), raccoglie testi sino ad allora inediti. Si tratta di trenta componimenti che si caratterizzano per una maggiore colloquialità e discorsività del dettato poetico. Viene meno la pressante immagine della morte che accompagna l’uomo nel suo cammino terreno; un alone di malinconia vela le immagini e le fantasticherie del poeta e trasfigura il presente cristallizzandolo nelle maglie del sogno e del ricordo.

Massimo Fabrizi

 

LA NARRATIVA DI UGO BETTI

Il 9 giugno ricorre l’anniversario della scomparsa dell'autore camerte Ugo Betti (nato il 4 febbraio 1892), distintosi per le doti di scrittore e per le qualità di magistrato.

Per rievocare la sua figura e il ruolo da lui ricoperto nella letteratura italiana è utile ripercorrere le tappe principali della sua produzione e in particolare di quella narrativa, troppo spesso trascurata a vantaggio della più nota attività drammaturgica. Betti è autore di teatro, poeta, giornalista ma alla sua penna vanno ascritte anche numerose novelle (sono più di ottanta i testi conosciuti fino ad ora) e il romanzo La Piera Alta.

Nella narrativa bettiana accanto alla riproposizione di moduli ottocenteschi di stampo verghiano si rintracciano tematiche e stilemi propri della prosa novecentesca con collegamenti alle problematiche pirandelliane. Legami con i grandi autori del Novecento, tra cui appunto Pirandello, possono essere stabiliti non solo per quanto riguarda il teatro, ma anche per quanto concerne le novelle la cui lettura potrebbe sorprendere e incuriosire non pochi lettori. La prima raccolta narrativa, intitolata Caino e altre novelle (Corbaccio, Milano), risale al 1928 ed è suddivisa in due parti di cui la seconda ha per titolo La verità e altre favole. Ai testi della sezione d'apertura, caratterizzati da un maggiore realismo (Di là dai cancelli, Caino, Lo specchio dell'altra), seguono quelli della seconda sezione in cui è predominante la dimensione fiabesca evocata dai titoli (Il principe che teme di morire, Isole nel Pacifico, I doni del Diavolo). Tra i vari racconti sono da menzionare Le mani della mamma, in cui attraverso le descrizione del rapporto madre/figlia l'autore affronta la tematica sociale della contrapposizione povertà/ricchezza, Caino, dove viene abilmente tratteggiato il conflitto tra due fratelli sulla falsariga dell'episodio biblico di Caino e Abele, Lo specchio dell'altra, in cui è ripercorso il processo di degradazione morale che induce Santa a seguire la sorte della sorella Angela, divenuta una prostituta. In questa novella lo scrittore approfondisce l'analisi psicologica dei personaggi delineando le fasi del dissidio interiore della giovane protagonista che lotta tra la ricerca di purezza e il desiderio erotico, tra l'aspirazione alla purificazione e l'impulso sessuale. Diversa è l'atmosfera di Isole nel Pacifico, sospesa tra realtà e irrealtà: l'arcipelago "Non c'è", inventato da un geografo, assume alla fine consistenza reale emergendo inaspettatamente dall'oceano. Nella silloge successiva Le case (Mondadori, Milano 1933) sono riuniti ventuno racconti in cui la componente realistica prende il sopravvento su quella fiabesca. In alcuni casi, per esempio in Una bambina sotto un camion, I poveri, la modalità narrativa adottata da Betti si accosta alle tecniche cinematografiche che fanno largo uso dei primi piani, dei campi lunghi, dei montaggi paralleli. In Una bambina sotto un camion e in Incidente al 4° chilometro, in cui sono rappresentati due diversi incidenti che coinvolgono rispettivamente una bambina e un ragazzo, l'autore tratta i temi della colpa e della responsabilità umana che sono centrali nel suo teatro. Tali tematiche sono approfondite nella novella I poveri in cui la speranza di un cambiamento della condizione umana è proiettata in una dimensione biblica. Piacevole è infine Signora in autobus dove il tono canzonatorio del giovane che incontra sull'autobus una vecchia signora cede il passo ad un'attenta riflessione sulla condizione esistenziale della donna. Il processo descritto da Betti è strutturato sulla distinzione e sul passaggio dall' "avvertimento del contrario" al "sentimento del contrario" di matrice pirandelliana. Del 1948 è la terza raccolta Una strana serata (Garzanti, Milano) contemporanea alla pubblicazione del romanzo La Piera Alta (Garzanti, Milano), titolo che indica l'imponente montagna attorno alla quale si concentra l'azione dei protagonisti. Emblematico è il lungo racconto d'esordio Una strana serata (che dà nome all'intera silloge), strutturato sulla polarità realtà/stranezza e caratterizzato da elementi tipici del modo fantastico. Frequenti sono le novelle cosiddette corali, come Quelli di via Lungagna, Le donne del vicolo, Furto di biancheria, in cui la collettività di quartiere o i residenti del condominio (i "casigliani") assurgono a protagonisti. A queste novelle comunemente conosciute dal pubblico e dalla critica se ne devono aggiungere altre meno note, ma altrettanto valide che sono state recentemente recuperate grazie ad una scrupolosa ricerca condotta da un gruppo di studiosi coordinati dal prof. Alfredo Luzi, ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università di Macerata. I testi rinvenuti sono stati riuniti sotto il titolo Novelle disperse e inseriti, insieme alle tre raccolte precedentemente presentate, nel volume Novelle edite e rare curato da Alfredo Luzi (Metauro, Fossombrone 2001). Sotto la denominazione Novelle disperse sono stati raggruppati racconti mai pubblicati dall'autore in raccolta ma apparsi su periodici e/o quotidiani (alcune edizioni sono state pubblicate postume in miscellanee). Tra questi testi degni di nota sono: La cognata, Il grande teatro, il cui protagonista dall'osservazione meticolosa dei personaggi che affollano la spiaggia arriva ad interrogarsi sul proprio ruolo di scrittore abbandonandosi infine a considerazioni esistenziali e metafisiche, Il commendator Antonio, che permette di instaurare un legame diretto con l'opera teatrale Il vento notturno, offrendo nel contempo materia di riflessione sul procedimento di elaborazione letteraria, La bella ragazza dall'abito di raso, racconto a sfondo autobiografico in cui è riproposta la vicenda della zia materna di Betti morta di anoressia a seguito di una delusione amorosa.

Attraverso questo ricco materiale narrativo e la varietà di personaggi (tra cui spiccano le figure femminili) appartenenti a distinte classi sociali, Betti esprime i desideri, le angosce, i dubbi, le colpe, le aspirazioni dell'uomo contemporaneo interrogandosi sul significato dell'esistenza. In tal senso si può parlare a ragione di una modernità dello scrittore camerte che con la sua produzione affronta problematiche universali.

Carla Carotenuto