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Poeta
e drammaturgo (Camerino, 1892 - Roma, 1953), visse a Parma la sua
giovinezza, fu volontario alla prima guerra mondiale e poi prigioniero
con Gadda e Tecchi. Magistrato al Tribunale di Roma dal 1930. Iniziò
la sua attività di scrittore con un volume di liriche, Il re pensieroso
(Milano, 1922) che ebbe pieno assenso della critica per certo suo
tono scabro, squallido e grandioso, e certa sua immaginazione da
incubo, sebbene il suo interesse fosse più nella ricerca dei contenuti
e ritmi nuovi che in un'autentica originalità poetica, come dimostrano
i successivi volumi Canzonette, La Morte (Milano, 1932) e Uomo e
donna (Milano ,1937). Ma già nel 1927 Betti aveva incominciato la
sua attività di scrittore di teatro nella quale doveva raggiungere
i suoi più convincenti risultati espressivi in un tono di severo
e profondo moralismo che riesce a tratti a giungere agli alti toni
di una originale e intensa poesia morale.
Questa altissima eticità è evidente fin dalle sue prime commedie:
Padrona (1927); Donna sullo scudo (1927); Casa sull'acqua (1927);
Isola meravigliosa (1930); Un albergo sul porto (1933); Frana allo
scalo nord (1936); Una bella domenica di settembre (1937); Cacciatori
di anitre (1940); I nostri sogni (1941); Notte in casa del ricco
(1942); Paese delle vacanze (1942); Diluvio (1943).
Questi ultimi sono risultati fra i maggiori drammi di Betti per
la serrata forza tragica della vicenda morale espressa in un linguaggio
scabro e potente. Nel dopoguerra la sua scrittura si è fatta più
aspra e impegnata in una linea di esemplificazione poetica di complessi
casi morali, a cui ha dato una risonanza di tragico mistero religioso
l'incontro di Betti con KafKa, evidente in Vento notturno (1946),
Marito e moglie (1947), Ispezione (1947), Favola di Natale (1948),
Corruzione a palazzo di giustizia (1949), Lotta fino all'alba (1949),
Irene innocente (1950), Spiritismo nell'antica casa (1950), Delitto
all'isola delle capre (1950), La regina e gli insorti (1951), Il
giocatore (1951), L'aiuola bruciata (1953); La fuggitiva (1953),
tutte opere in cui è venuto sempre più prevalendo un tono di profonda
religiosità proiettata sullo sfondo dei tragici problemi e delle
vicende dolorose della guerra e del dopoguerra, in un'atmosfera
in cui certa oscura complessità simbolica giunge a tratti a fascinose
illuminazioni poetiche. Betti è pure autore di due volumi di racconti
: Le case (Milano, 1933) e Una strana serata (Milano, 1948), e di
un romanzo, La Piera alta (Milano, 1947), convincenti rappresentazioni
di un mondo grigio, di una umanità paziente e rassegnata.
Giorgio
Barberi Squarotti
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Di
Ugo Betti, poeta camerte (a un tiro di schioppo da Recanati, e il
lettore capirà quel che intendo), giudice, drammaturgo, poeta lirico,
nato nel 1892 e morto, ancor giovane, nel 1953, collaboratore del
Carlino ai tempi di Corruzione a Palazzo di Giustizia", intorno
al 1950, con la Parigi che contava in subbuglio, ho scritto, polemizzato
e chiosato. Ritenevo l'autore marchigiano grande e unico nelle commedie
così dette di trattenimento, o di colore locale: "Una bella domenica
di settembre" e, soprattutto, "Marito e moglie"; con una particolarissima
adesione a " I nostri sogni", straordinario intreccio a più voci
del nostro quotidiano fallimento. (La commedia ebbe, a suo tempo,
anche un non effimero esito cinematografico) . Ma Ugo Betti, per
certi aspetti, restava per me un mistero. Alcuni anni orso no uscirono
le sue lettere a Gadda, e le salaci risposte del Grande, poi è uscito
uno studio -saggio di un nostro teatrante di qualità, .Giorgio Fontanelli,
"II teatro di Ugo Betti" (Bulzoni editore, 1985). Fontanelli, con
un sol colpo, comprese le sciocchezze di un critico non banale che
definiva il nostro (a proposito de "La regina e gli insorti", commedia
controversa, ma tesa e problematica) autore di una "confusa polemica
anti-comunista, mutuata da altre fonti", cancella le incomprensioni,
i fatui dibattiti (per esempio: sulla religiosità di Betti), le
polemiche pretestuose, e il resto; e ci restituisce, finalmente,
l'autore per quel che fu, per quel che è stato e per quel che è
nel panorama sempre più grigio del nostro teatro di autori. Ma Ugo
Betti chi fu? L 'uomo, il teatrante così vicino ai nostri sogni
e alle nostre ambasce, l'autore che, almeno per un quindicennio,
sfiorò .la grandezza del poeta vero e solo per un nonnulla non vi
riuscì (troppa carne al fuoco, troppe tensioni interiori, troppo
gioco al massacro; o, come si potrebbe anche sostenere, troppo poco
di tutto questo); quest'uomo macerato e macerante, questo drammaturgo
che secondo me si trovò, suo malgrado, in mezzo a dispute teologi-
che persino sul marxismo o sullo stalinismo, sulla validità dell'insegnamento
della Chiesa, financo sull'appartenenza alla Dc o a una Dc diversa
dalla Dc; questa X, o questo mistero, in , realtà, chi fu? . In
un lontano saggio Silvio d'Amico ha scritto: "E' ben vero che il
suo (di Betti n.d.r.) è un mondo tutto percorso e corroso da vizi
segreti, tutto una collusione di turpissimi istinti". Ma il nostro
Fontanelli ci ammonisce: "Ciò che per Betti fu autentica macerazione
e imperdonabile travaglio, si riduce in Diego Fabbri a elegante
"causerie" accuratamente disinfettata da ogni tossina criprogenetica".
E qui, come per in- canto, e probabilmente, non volendolo, viene
evocato un altro fantasma (nel senso cristianissimo e rispettabilissimo
di un defunto) che, comunemente, vien collegato alla stessa matrice
di autore cattolico (la triade francese: Bemanos - Mauriac -Montherlant...),
quello del forlivese Diego Fabbri che, più o meno in quegli anni
che precedono o seguono di poco il 1950, diede alle scene il contrastato
"Processo a Gesù". Ma questo è un discorrere per contrasti, per
antinomìe o per legami; è un far torto a Betti (e, forse, anche
a Fabbri), è comunque un modo critico di procedere che non mi persuade.
I due non si somigliano affatto. Betti, certamente più poeta: ("E
i viandanti, che nei tramonti stanno a sentire la nenia del fiume
curvi sulle ringhiere dei ponti...") ha dato al teatro italiano
ed europeo pièces di notevole valore drammaturgico (le tre opere
già citate, poi "Corruzione a Palazzo di Giustizia", "II vento notturno",
l'enigmatica opera prima "La padrona"); è stato anche noioso in
molti testi, ma sempre teso, problematico, e anche attento a quel
mondo della fiaba che, sempre, gli è girato attorno, e che qualche
volta, specie nelle poesie, egli ha saputo catturare e divulgare.
Ma il problema rimane: Betti è restato sempre a metà fra il mito,
la fiaba, la disperazione, la malinconia, il futuro, la fede, la
vita, il mondo.
Luciano
Anselmi
Inoltre
hanno scritto saggi critici : Silvio D'Amico, Diego Fabbri, Achille
Fiocco, Perrini, Spadaro, Mario Apollonio, Beccaluva, Pacuvio, Fringretti,
Carla Apollonio, Franco Calogni, Nicola Ciarletta, Alfredo Luzi,
Alfredo Barbina.
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