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Giorgio Barberi Squarotti

Luciano Anselmi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ugo Betti visto dai critici

Poeta e drammaturgo (Camerino, 1892 - Roma, 1953), visse a Parma la sua giovinezza, fu volontario alla prima guerra mondiale e poi prigioniero con Gadda e Tecchi. Magistrato al Tribunale di Roma dal 1930. Iniziò la sua attività di scrittore con un volume di liriche, Il re pensieroso (Milano, 1922) che ebbe pieno assenso della critica per certo suo tono scabro, squallido e grandioso, e certa sua immaginazione da incubo, sebbene il suo interesse fosse più nella ricerca dei contenuti e ritmi nuovi che in un'autentica originalità poetica, come dimostrano i successivi volumi Canzonette, La Morte (Milano, 1932) e Uomo e donna (Milano ,1937). Ma già nel 1927 Betti aveva incominciato la sua attività di scrittore di teatro nella quale doveva raggiungere i suoi più convincenti risultati espressivi in un tono di severo e profondo moralismo che riesce a tratti a giungere agli alti toni di una originale e intensa poesia morale.
Questa altissima eticità è evidente fin dalle sue prime commedie: Padrona (1927); Donna sullo scudo (1927); Casa sull'acqua (1927); Isola meravigliosa (1930); Un albergo sul porto (1933); Frana allo scalo nord (1936); Una bella domenica di settembre (1937); Cacciatori di anitre (1940); I nostri sogni (1941); Notte in casa del ricco (1942); Paese delle vacanze (1942); Diluvio (1943).
Questi ultimi sono risultati fra i maggiori drammi di Betti per la serrata forza tragica della vicenda morale espressa in un linguaggio scabro e potente. Nel dopoguerra la sua scrittura si è fatta più aspra e impegnata in una linea di esemplificazione poetica di complessi casi morali, a cui ha dato una risonanza di tragico mistero religioso l'incontro di Betti con KafKa, evidente in Vento notturno (1946), Marito e moglie (1947), Ispezione (1947), Favola di Natale (1948), Corruzione a palazzo di giustizia (1949), Lotta fino all'alba (1949), Irene innocente (1950), Spiritismo nell'antica casa (1950), Delitto all'isola delle capre (1950), La regina e gli insorti (1951), Il giocatore (1951), L'aiuola bruciata (1953); La fuggitiva (1953), tutte opere in cui è venuto sempre più prevalendo un tono di profonda religiosità proiettata sullo sfondo dei tragici problemi e delle vicende dolorose della guerra e del dopoguerra, in un'atmosfera in cui certa oscura complessità simbolica giunge a tratti a fascinose illuminazioni poetiche. Betti è pure autore di due volumi di racconti : Le case (Milano, 1933) e Una strana serata (Milano, 1948), e di un romanzo, La Piera alta (Milano, 1947), convincenti rappresentazioni di un mondo grigio, di una umanità paziente e rassegnata.

Giorgio Barberi Squarotti

 

Di Ugo Betti, poeta camerte (a un tiro di schioppo da Recanati, e il lettore capirà quel che intendo), giudice, drammaturgo, poeta lirico, nato nel 1892 e morto, ancor giovane, nel 1953, collaboratore del Carlino ai tempi di Corruzione a Palazzo di Giustizia", intorno al 1950, con la Parigi che contava in subbuglio, ho scritto, polemizzato e chiosato. Ritenevo l'autore marchigiano grande e unico nelle commedie così dette di trattenimento, o di colore locale: "Una bella domenica di settembre" e, soprattutto, "Marito e moglie"; con una particolarissima adesione a " I nostri sogni", straordinario intreccio a più voci del nostro quotidiano fallimento. (La commedia ebbe, a suo tempo, anche un non effimero esito cinematografico) . Ma Ugo Betti, per certi aspetti, restava per me un mistero. Alcuni anni orso no uscirono le sue lettere a Gadda, e le salaci risposte del Grande, poi è uscito uno studio -saggio di un nostro teatrante di qualità, .Giorgio Fontanelli, "II teatro di Ugo Betti" (Bulzoni editore, 1985). Fontanelli, con un sol colpo, comprese le sciocchezze di un critico non banale che definiva il nostro (a proposito de "La regina e gli insorti", commedia controversa, ma tesa e problematica) autore di una "confusa polemica anti-comunista, mutuata da altre fonti", cancella le incomprensioni, i fatui dibattiti (per esempio: sulla religiosità di Betti), le polemiche pretestuose, e il resto; e ci restituisce, finalmente, l'autore per quel che fu, per quel che è stato e per quel che è nel panorama sempre più grigio del nostro teatro di autori. Ma Ugo Betti chi fu? L 'uomo, il teatrante così vicino ai nostri sogni e alle nostre ambasce, l'autore che, almeno per un quindicennio, sfiorò .la grandezza del poeta vero e solo per un nonnulla non vi riuscì (troppa carne al fuoco, troppe tensioni interiori, troppo gioco al massacro; o, come si potrebbe anche sostenere, troppo poco di tutto questo); quest'uomo macerato e macerante, questo drammaturgo che secondo me si trovò, suo malgrado, in mezzo a dispute teologi- che persino sul marxismo o sullo stalinismo, sulla validità dell'insegnamento della Chiesa, financo sull'appartenenza alla Dc o a una Dc diversa dalla Dc; questa X, o questo mistero, in , realtà, chi fu? . In un lontano saggio Silvio d'Amico ha scritto: "E' ben vero che il suo (di Betti n.d.r.) è un mondo tutto percorso e corroso da vizi segreti, tutto una collusione di turpissimi istinti". Ma il nostro Fontanelli ci ammonisce: "Ciò che per Betti fu autentica macerazione e imperdonabile travaglio, si riduce in Diego Fabbri a elegante "causerie" accuratamente disinfettata da ogni tossina criprogenetica". E qui, come per in- canto, e probabilmente, non volendolo, viene evocato un altro fantasma (nel senso cristianissimo e rispettabilissimo di un defunto) che, comunemente, vien collegato alla stessa matrice di autore cattolico (la triade francese: Bemanos - Mauriac -Montherlant...), quello del forlivese Diego Fabbri che, più o meno in quegli anni che precedono o seguono di poco il 1950, diede alle scene il contrastato "Processo a Gesù". Ma questo è un discorrere per contrasti, per antinomìe o per legami; è un far torto a Betti (e, forse, anche a Fabbri), è comunque un modo critico di procedere che non mi persuade. I due non si somigliano affatto. Betti, certamente più poeta: ("E i viandanti, che nei tramonti stanno a sentire la nenia del fiume curvi sulle ringhiere dei ponti...") ha dato al teatro italiano ed europeo pièces di notevole valore drammaturgico (le tre opere già citate, poi "Corruzione a Palazzo di Giustizia", "II vento notturno", l'enigmatica opera prima "La padrona"); è stato anche noioso in molti testi, ma sempre teso, problematico, e anche attento a quel mondo della fiaba che, sempre, gli è girato attorno, e che qualche volta, specie nelle poesie, egli ha saputo catturare e divulgare. Ma il problema rimane: Betti è restato sempre a metà fra il mito, la fiaba, la disperazione, la malinconia, il futuro, la fede, la vita, il mondo.

Luciano Anselmi

Inoltre hanno scritto saggi critici : Silvio D'Amico, Diego Fabbri, Achille Fiocco, Perrini, Spadaro, Mario Apollonio, Beccaluva, Pacuvio, Fringretti, Carla Apollonio, Franco Calogni, Nicola Ciarletta, Alfredo Luzi, Alfredo Barbina.